Su quella barca


lampedusadi Domenico Quirico

Esiste per ogni uomo un luogo dove gli è impossibile divertirsi, dimenticare la propria vita. Dove come a Dodoma gli alberi, agitati dal vento, non profetizzano, non è il futuro che conoscono ma il passato e ricordano. Dove non possiamo giudicare o condannare; semplicemente lì abbiamo visto, sappiamo. Per me questo luogo è Lampedusa.

 Non sapevo, prima di arrivare qui, che esistessero esseri buttati via come l’immondizia quando non sono ancora morti, che nessuno vuole soccorrere e che muoiono a poco a poco stremati dai mali disfacendo silentamente all’aria aperta. Fu una scoperta casuale, dopo un viaggio in fondo al quale c’era questa isola. Qui non potrei mai, come gli ultimi turisti abbronzati che ciabattavano ieri nel dolce imbrunire d’autunno, andare al porto «a guardare i morti», dove mai potrei immergermi nel mare. Lampedusa: la terra qui non ama gli alberi e neppure gli uomini li amano, la terra secca e dura non li nutre, ma il mare. Qui c’è una mia storia scritta nel mare, indecifrabile per i non iniziati.

Quirico salì su un barcone due anni fa. E’ lo stesso giornalista che è stato rapito in Siria nei mesi scorsi.

Io l’ho odiato subito, il battello senza nome, ho odiato le sue fiancate di carapace arrugginito, i suoi dieci metri sudici e scrostati, appena dieci metri, che perfino in porto sembravano troppo fragili per sfidare il mare. Forse è stato davvero un peschereccio un giorno, tanto tempo fa, forse davvero è scivolato sicuro tra le onde. Chissà. Ma le cose esistono se hanno un nome, esistono nelle sillabe che pronunciamo. Altrimenti sono niente.
E invece il barcone no, chiedevi al pilota, ai passeur che ti avevano venduto il posto, ai centoedodici tunisini che con me erano a bordo, e ti rispondevano sguardi vuoti: «Non so, un nome? Perché dovrebbe avere un nome? Una barca». E tu, Karim e gli altri, a ripetermi, scanzonati: no, il battello è buono e il pilota ha già fatto la traversata, non temere amico, arriveremo a Lampaduza in un baleno».

continua a leggere http://www.lastampa.it/2011/03/16/esteri/in-fuga-dalla-tunisia-la-mia-odisseadi-ore-su-una-barca-di-metri-JGta2qWvVAJ4ovbDqhQg4J/pagina.html

Pubblicato il 7 ottobre 2013 su Il Liceo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

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