Sulla droga: guai a dire ormai tutti sniffano!


A proposito delle recenti statistiche sulla diffusione degli stupefacenti riportiamo un interessante articolo di Andrea Lavazza, pubblicato su Avvenire di domenica 9 novembre:


L’
ultimo allarme ­ arrivato giovedì dall’Osservatorio continentale sulle droghe: 23 milioni di europei negli scorsi 12 mesi avrebbe provato marijuana o hashish, in Italia, i consumatori di ‘spinelli’ sarebbero l’11,2% nella fascia di et15-64 anni, pidi uno su dieci; la cocaina ha avuto un’ulteriore impennata: la userebbe il 3,2% dei giovani tra i 15 e i 34 anni; il 6,6% della popolazione adulta l’avrebbe assunta almeno una volta.
I danni dell’abuso di sostanze sono noti, le vittime ammontano a 7-8mila l’anno, eppure il trend sembra in ascesa. Nessuno ha una ricetta miracolosa, ma psicologi, sociologi ed economisti sono al lavoro per capire quale siano i messaggi che hanno maggiori probabilità di incidenza positiva.
Gli studiosi Richard Thaler e Cass Sunstein – in Nudge, un libro da poco pubblicato negli Usa che ogni decisore pubblico farebbe bene a leggere – illustrano alcuni risultati cui sigiunti recentemente. La principale conclusione­ che la reiterata denuncia della diffusione del problema contribuisce paradossalmente ad aggravarlo. Ricerche svolte negli Stati Uniti mostrano che la maggior parte degli studenti crede che l’abuso di alcolici sia molto più diffuso di quanto accada in realtà. Tale percezione errata­ è in parte frutto del fatto che i gravi incidenti provocati dall’ubriachezza (e le avvertenze relative) si ricordano più facilmente, con la conseguenza di ampliare la stima soggettiva del fenomeno. Dato che i giovani sono notoriamente influenzati dalle proprie credenze e dalle proprie convinzioni circa il comportamento dei coetanei, l’abuso di alcol inevitabilmente crescerà qualora i ragazzi si formino un’idea esagerata di quanto bevano gli altri studenti. E il discorso vale anche per la droga: se il messaggio assimilato è ­’tutti sniffano’, ciò significa che si tratta di un fatto ‘banale’, né biasimevole, né foriero di gravi conseguenze. Su questa base­, è possibile influenzare le condotte a rischio enfatizzando l’altro versante delle statistiche. Lo Stato americano del Montana ha adottato una campagna educativa su larga scala nella quale si mette in evidenza il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini non assume alcolici. Un cartellone posto nei campus delle università diceva: ­La maggior parte (l’81%) degli studenti del Montana beve quattro (o meno) drink la settimana. La stessa strategia è ­stata applicata al contrasto del tabagismo, con uno slogan pubblicitario che sottolineava come­la maggior parte (il 70%) dei teenager del Montana non fuma. L’iniziativa ha prodotto un notevole miglioramento nell’accuratezza della percezione sociale e anche una diminuzione significativa del consumo di sigarette tra i giovani. Che il meccanismo psicologico dell’’esempio positivo’ possa funzionare­indicato anche da uno studio condotto sui contribuenti. In Minnesota, a un ampio gruppo di famiglie, insieme con il modulo fiscalestato inviato un foglio informativo.
Tramite quest’ultimo, alcune venivano
edotte del fatto che le loro tasse sarebbero andate a finanziare servizi utili per la comunità; alcune ricevevano un minaccioso avviso di sanzioni per gli evasori; alcune ottenevano semplici notizie per facilitare la compilazione; altre, infine, venivano a sapere che il 90% dei concittadini aveva già pagato interamente e tempestivamente le imposte dovute. Uno solo dei fogli informativi ebbe un effetto rilevante, ed era precisamente l’ultimo.
Sembra infatti che molte persone abbiano una maggiore propensione a non versare le tasse a causa dell’errata convinzione – probabilmente dovuta al risalto dato dai media e dagli allarmi dei governi – di un alto livello di evasione complessiva:­Se nessuno paga, perché dovrei pagare io?.
Quando si annuncia che i consumatori di droga sono­ sempre di più, possono dunque scattare analoghe reazioni psicologiche (consapevoli o meno):­Se lo fanno tutti, non può essere così dannoso o pericoloso. D’altra parte, non si può nascondere o minimizzare la gravità della situazione, né pretendere che giornali e tv non calchino i toni della notizia, operazione ormai indispensabile per raggiungere la soglia di attenzione di lettori e ascoltatori. Resta, comunque, l’opportunità di sperimentare una comunicazione istituzionale ‘ribaltata’, che provi a diffondere l’idea che drogarsi non è certo la ‘normalità’.

Pubblicato il 11 novembre 2008 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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